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Il cardinale Guglielmo (Lorenzo Antonio) Massaja (Piovà, 8 giugno 1809 – San Giorgio a Cremano, 6 agosto 1889) cominciò a scrivere le sue memorie verso la fine del 1880, per ubbidire ad un ordine pressante di Papa Leone XIII.
Lavorò assiduamente al manoscritto per oltre sei anni, traendo tutte le informazioni dalla sua inesauribile memoria. Dopo tanti anni di missione, costretto spesso a trasferimenti improvvisi, più volte cacciato bruscamente, fino all’espulsione definitiva del 1879, non aveva infatti conservato con sé alcuna documentazione scritta. Avrebbe potuto attingere ai numerosi documenti d’archivio e soprattutto alla corrispondenza intrattenuta in tutti quegli anni con il Vaticano e la Congregazione di Propaganda Fide, ma, come lui stesso annota, aveva paura che gli mancasse il tempo:
Arrivato io a Roma nel 1880., ed obligato a scrivere dai miei superiori, ho calcolato sempre sopra questi manoscritti; ma chi il crederebbe? non ho avuto tempo: fatto il mio calcolo, [io] vecchio, ed infranto di forze, ho dovuto pensare a tessere una storia di 35. anni con poca speranza di vivere lungo tempo; pensai quindi meglio a scrivere lasciando anche da una parte l’esame di detti manoscritti per salvare il capitale della storia. Altrimenti non l’avrei più finita. [Ms. 2, nota a p. 9]
Fu un’attività di scrittura frenetica, che portò al compimento di cinque grossi faldoni, poi rivisti dal suo segretario Giacinto La Greca da Troina che curò la publicazione dei dodici volumi intitolati
I miei trentacinque anni di missione nell’alta Etiopia
(Roma, Tipografia Poliglotta di Propaganda Fide – Milano, Tipografia S. Giuseppe, 1885-1895).
Più recentemente, è stato pubblicata a cura di Antonino Rosso una trascrizione fedele dell’intero manoscritto, a cui è stato dato il titolo
Memorie storiche del vicariato apostolico dei Galla 1845 - 1880
(Città del Vaticano, Collectanea Archivi Vaticani 1984)
È di quest’opera che intendiamo presentare la trascrizione integrale, per fornire materiale di studio a coloro che sono interessati a questo personaggio e alla storia di quella regione d’Africa con cui l’Italia ha avuto un lungo e drammatico legame.
Il Massaja scrisse le sue Memorie pensando che qualcun altro si sarebbe occupato della loro pubblicazione. Il manoscritto era quindi destinato fin dall’inizio ad un accurato lavoro di revisione editoriale. L’urgenza immediata era quella di registrare per la memoria dei posteri un immenso materiale di ricordi. Questa finalità spiega il carattere del testo, che emerge immediatamente fin dalle prime righe.
Nulla era più lontano dagli interessi del Massaja della ricerca di eleganza formale. Perfino la cura della correttezza grammaticale doveva sembrargli una preoccupazione mondana.
Eppure il Massaja era una persona di solida cultura. Come tutti i piemontesi colti dell’epoca, conosceva sicuramente il francese meglio dell’italiano. Aveva approfondito gli studi teologici e canonici, com’è ovvio per un ecclesiastico che a soli trentasette anni diventa vescovo: e questo significava, a quei tempi, una famigliarità quotidiana con la lingua latina. Si muoveva a suo agio negli ambienti europei; a quell’epoca, la lingua francese era la vera lingua internazionale, ma sicuramente aveva dimestichezza anche con l’inglese, e qualche nozione di altre lingue.
È rarissimo trovare nelle sue Memorie riferimenti ad opere letterarie; nel 1° volume c’è una breve allusione al Manzoni, assai elogiativa, ma è interessante notare come nei due autori la medesima famigliarità con gli ambienti linguistici internazionali abbia avuto un esito esattamente opposto: nel Manzoni fa nascere l’esigenza di concepire un nuovo modello di lingua italiana, con caratteri di esemplarità e precisione formale, quali si richiedono alla lingua letteraria di una grande nazione; nel Massaja, la lingua rimane uno strumento di semplice comunicazione, da strapazzare, se necessario, come un paio di vecchi sandali, che servono solo fin tanto che permettono di battere nuovi sentieri.
Indispensabile per il lavoro in terra di missione è ovviamente lo studio delle lingue locali. Il Massaja percorre paesi dove si parla l’arabo, il tigrino, l’amharico, l’oromico (o galla), oltre ad una selva di dialetti locali. Nei suoi contatti con le Chiese locali acquisisce nozioni delle due grandi lingue liturgiche: la lingua copta d’Egitto, e la lingua classica d’Etiopia (il ge’ez). Compito del missionario è però sempre la comunicazione, non la filologia, come rimprovera più volte al povero Padre Giusto da Urbino.
Il primo avvio dell’evangelizzazione avviene attraverso messaggi dai contenuti molto semplici, che tengono conto della grande diversità fra le culture europee e quelle africane. In questa fase si può anche contare sull’aiuto di interpreti locali, ma questo è un ripiego momentaneo, che deve portare il più presto possibile ad una conoscenza di base della lingua locale.
La seconda fase è quella dell’approfondimento, per la redazione di preghiere, catechismi, opere edificanti, nonché per la soluzione dell’arduo problema della liturgia. Nelle terre abissine, il punto di partenza è l’uso della lingua liturgica etiopica, ed anche la lingua parlata dispone già di un vasto vocabolario utile per comunicare i punti fondamentali della dottrina. Ma il Massaja non ha nessuna simpatia né per la chiesa “eretica”, né per la sua liturgia, e vive con disagio la necessità di presentarsi ai fedeli in forme che considera discutibili dal punto di vista dell’ortodossia cattolica. In terra galla, invece, il problema è non solo la mancanza di una tradizione scritta, ma soprattutto la difficoltà di esprimere i concetti astratti della religione con una lingua che non ha mai avuto contatti con la tradizione mediterranea del pensiero classico e cristiano. Il Massaja riesce a superare l’ostacolo, compone i testi fondamentali per l’educazione cristiana, e trova il tempo di pubblicare a Parigi una grammatica della lingua galla.
Accenniamo anche, per quanto riguarda il tema che potremmo chiamare dell’“apostolato linguistico”, al costante lavoro di preparazione dei sacerdoti indigeni, che comportava tra l’altro la necessità di impartire le nozioni essenziali della lingua latina: e possiamo solo immaginare quali difficoltà si presentavano ad un vescovo che era sempre in viaggio, e doveva affrontare giorno per giorno le esigenze elementari di sopravvivenza della sua piccola comunità.
Insomma, non c’è da stupire se, tornato in Italia dopo quasi una vita in terre lontane, dopo aver trascorso anche anni di totale isolamento dal mondo europeo, la sua lingua sia un curioso pastiche che, sulla base di un italiano “medio” ottocentesco, mescola francesismi (spesso difficilmente distinguibili dai piemontesismi), espressioni di altre lingue europee e di diverse lingue africane, termini latini che, più che tecnici in senso proprio, sarebbero forse da definire “gergali”. L’ortografia è quanto mai variabile, e, cosa molto imbarazzante per il lettore, anche la grafia di nomi propri di persone e luoghi è quasi sempre realizzata “ad orecchio”: capita di frequente che lo stesso nome sia riportato in modo diverso a distanza di poche righe. E questo non solo per nomi di lingue parlate, o di lingue che hanno grafia diversa dalla latina, ma addirittura per nomi di persone nelle principali lingue europee, compreso (talvolta) l’italiano. Questo capita anche per alcuni termini comuni: mentre viagio e villagio e incomminciare sono chiaramente francesismi, forze = “forse” è difficilmente spiegabile. Un caso limite è l’alternanza vaiuolo, vajvolo, vaïvolo, vajvuolo, un paio di volte addirittura wajvuolo. Una particolarità infine, che dà un curioso gusto antiquato al suo manoscritto, è l’abitudine costante di terminare le indicazioni numeriche con un punto fermo.
Un tale modo di esprimersi doveva apparire imbarazzante ai redattori di un’opera a cui si voleva dare dignità addirittura monumentale. Ma a queste peculiarità grafiche si fa molto presto l’abitudine, ed esse sono abbondantemente superate dal gusto di un’espressione vivacissima, tutta aderente alle cose, capace di rappresentare con pochi tratti situazioni, cose, persone, ambienti, vicende anche banali ma autentiche di vita quotidiana in terra straniera. Piace al lettore moderno un autore che “non ha peli sulla lingua”, ed anche quando il Massaja esprime giudizi che oggi non potremmo condividere, soprattutto sul tema drammatico del confronto fra la “civiltà europea” e i modi di vita di popolazioni “barbare”, si apprezza la franchezza di chi ha maturato le proprie convinzioni attraverso la fatica quotidiana e il totale abbandono di ogni cura per sé.
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