|
Teatro ad Asti
|
< Vai al programma di Febbraio 2012
Vai al programma di Aprile 2012 >

Il musical porta in scena la favola nel suo aspetto più onirico e fiabesco, quello dell'immaginano dei bambini. Al pubblico verrà allerta la possibilità di ntrovare la poesia del mondo infantile e nel contempo di confrontarsi con i significati simbolici e reconditi della fiaba. Un family show pronto a coinvolgere ed emozionare grandi e piccoli rendendoli parte di un’avventura che difficilmente potranno dimenticare. La sceneggiatura, impreziosita dalla genialità del regista, è frutto della rielaborazione dei famosi scritti di Lewis Carroll “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” e “Attraverso io specchio e quel che Alice vi trovò” Componente fondamentale dello spettacolo è la grande creatività espressa in lutti gli aspetti artistici: suggestioni di luci e colori, scenografie incantevoli, costumi spetlacolari ed effetti visivi di grande impatto. Attraverso i cambi di scena allo spettatore sembrerà di sfogliare un libro di favole. Divertimento e paura, dubbi e certezze, balli e canzoni si alterneranno in una sene di situazioni in cui realtà e sogno sono i protagonisti.
Programma:
UTERO (rituale della fertilità): ispirata al Grande Rito della fertilità della religione Wicca, questa creazione è dedicata all’essere femminile.
REQUIEM: dedicata al grande artista astigiano Eugenio Guglielminetti, la coreografia è fatta di movimenti lenti, alteri e scultorei.
THE ROOM: una stanza nella quale ci si aspetta e ci si incontra... tutto accade e tutto si ripete, in un ciclo di emozioni che ricomincia ogni volta.
Questa commedia fu rappresentata per la prima volta a Londra nel 1970 e costituì l’esordio teatrale di Michael Frayn, autore allora sconosciuto, che solo una decina d’anni dopo sarebbe diventato famoso in tutto il mondo grazie al successo di “Rumori fuori scena”.
“Due di noi” è il titolo che racchiude tre atti unici, concepiti per essere recitati da un’unica coppia d’attori, che raccontano di tre emblematiche e paradossali situazioni matrimoniali.
Nella prima, un marito e una moglie, entrambi col sistema nervoso logorato da un pargoletto insonne e urlante, tornano in vacanza a Venezia nella stessa camera d’albergo dove avevano trascorso la luna di miele. Il confronto passato/presente è inevitabilmente comico, tenero, con una punta d’amarezza. Nella seconda la comunicazione di coppia è praticamente azzerata: la moglie sopperisce dialogando in modo surreale con il piede del marito, l’unica parte del corpo che ne tradisce qualche sprazzo emotivo, ad onta della sua ostentata e glaciale indifferenza.
L’ultima situazione consiste in un vero e proprio virtuosismo drammaturgico e attorale: marito e moglie si ritrovano a dover gestire una cena alla quale hanno invitato, per errore, una coppia di amici da poco separati e il nuovo boyfriend di lei. Qui il meccanismo comico, spinto al limite della farsa, è potenziato dal fatto che gli stessi due attori, grazie ad un diabolico meccanismo di entrate, uscite e travestimenti, si trovano ad interpretare ben cinque ruoli diversi, dando vita ad un vorticoso crescendo di equivoci fino al paradosso finale. Sono passati ormai quarantanni da quel felice esordio, ma la freschezza di queste piccole pièces è rimasta intatta, a riprova del loro valore teatrale e del talento dell’autore.
Al servizio di questa varietà di ruoli saranno la verve e la simpatia di due bravi e popolari attori come Lunetta Savino e Emilio Solfrizzi diretti da Leo Muscato capace di soluzioni registiche di grande inventiva.
Ballate vede una selezione di undici poesie tra le più intimiste della poetessa milanese dove, il connubio tra versi e musica trova un percorso più meditativo esaltando l’interazione fra testo e musica in perfetta simbiosi. La musica colta-etno-jazz, in equilibrata contaminazione, è la caratteristica principale delle composizioni di Vincenzo Mastropirro che fa rivivere le poesie della Merini sotto una luce più luminosa, affidando a tutti i musicisti del Mastropirro Ermitage Ensemble, la giusta interpretazione dei brani scelti.
NOTA: l’autrice ha liberamente rielaborato le traduzioni dal volume ROSVITA, Dialoghi drammatici, a cura di Ferruccio Berlini, Milano, Garzanti, 2000
Roghi di giovinette, stupri e torture, cedimenti, amori impossibili che non si arrestano neanche davanti alla necrofilia, padri autoritari e pii: miniature medievali che riaffiorano da un passato remoto e che si perpetuano sempre uguali (se solo le sappiamo leggere) nelle cronache quotidiane del pianeta. La crudeltà ambigua e disorientante dei drammi di Rosvita mi parla ancora, a distanza di dieci secoli, a distanza di quasi vent'anni dal mio primo accostarmi alla sua opera: tutto, nella sua scrittura insieme devota e infuocata, vi accade all’improvviso, la tentazione e la resa e la conversione. Non c’è logica, non c’è buon senso, non c’è realismo, non c’è psicologia: tutto si compie nell’eccesso dell’interiorità, là dove affrontiamo le sfide decisive, là dove i nostri sentimenti si ergono smisurati e assoluti, non accettando sagge correzioni dal di fuori.
Le figure che Rosvita tratteggia con la sua prosa rimata, svuotate della loro sostanza corporale, diventano emblemi dello spirito, marionette al vento. Urlano, pregano, si seppelliscono. Dicono di no, dicono di sì, e sempre accettano liete il loro abisso. “Là dove sarà il tuo cuore, là vi sarà anche il tuo tesoro.” La “debolezza” femminile ha la meglio sul “vigore” maschile, per usare la sintesi della canonichessa di Gandersheim, la prima scrittrice di teatro a noi nota dell’Occidente. Un conflitto tra autorità patriarcale e ribellione muliebre, agito scenicamente in un’epoca in cui spesso la donna veniva descritta come “sacco di escrementi”, “porta del Diavolo”. A differenza dello spettacolo del ‘91, dove il nodo centrale era la misura, il rapporto con un modello impossibile da percorrere se non in modo balbettante e rovinoso, ho pensato questo nuovo affondo come una lettura-concerto: al centro le parole di “tutte quelle che non hanno preso aria”, martirizzate, bruciate, disperse nel vento ai quattro angoli della terra. Al centro le voci di lupo e di corvo e di colomba di quel teatrino metafisico. Per questo ho amplificato la partitura del ‘91, restituendo alla loro integralità i drammi che all’epoca avevo frantumato (Conversione di Taide e Martirio di Agape, Irene e Chionia), riservandomi come prologo la “lettera ai dotti” e come epilogo la narrazione di Maria, stella del mare, intrecciando qua e là versi di Sant’Agostino, Baudelaire, Amalia Rosselli, come stelle cadenti. Al mio fianco, Cinzia Dezi, Michela Marangoni e Laura Redaelli, che intonano la “musica celeste”, il gregoriano, quattro fantocci che emergono dal buio. Non c’è scenografìa, non c’è azione, tutto va “visto” attraverso la voce, il canto, i suoni, in uno spazio-luce che richiede di essere situato ovunque e di integrarsi ovunque, isola-edicola che mi piacerebbe vedere allestita in un’autostrada, in mezzo a un parcheggio, davanti a un ipermercato. Una lettura-concerto che insegue i suoi burattini, facendone sostanza di voce, dipingendo attraverso i mille toni del grottesco una fantasmagoria immobile e “santa”. (Ermanna Montanari)
Lo spettacolo propone due coreografie di Raphael Bianco, “Feroce partita” e “De nobis pacem”. La prima, su musiche di John Cage, integrate da ritmi suggestivi, si inspira all’antico gioco indiano degli scacchi, visto come metafora delle strategie di guerra e manipolazione occulta. La seconda ha atmosfere del tutto differenti, con musiche di Arvo Part. Bianco rappresenta un’umanità alla deriva, alla ricerca di una verità assoluta dove trovare la pace, non senza scontrarsi con le domande e le incertezze che la ricerca della fede comporta.
“Un paese di poche migliaia di abitanti, nell’entroterra siciliano. Un freddo mattino d’inverno. La luce d’un pallido sole riflessa sull’asfalto bagnato. Una piazza. Un autobus con il motore già acceso che s’appresta a partire. Gli ultimi passeggeri s’affrettano a salire, mentre gli altri aspettano fiduciosi la partenza dietro i finestrini appannati. Un uomo, vestito di scuro, s’avvicina, di corsa. Posa il piede sinistro sul predellino del bus, sta per rivolgersi all’autista. All’improvviso, un bagliore, seguito da un rumore sordo: l’uomo rimane quasi sospeso, per qualche istante, prima di afflosciarsi sull’asfalto. Morto.
“Il giorno della civetta” racconta la storia dell’inchiesta condotta a partire da questo omicidio da un capitano dei carabinieri appena arrivato in Sicilia, dalla lontana Parma, all’inizio degli anni ‘60. Il capitano Bellodi è un uomo onesto ed intelligente, pronto ad affrontare qualunque difficoltà, pur di far bene il proprio dovere.
La Sicilia di questo spettacolo è poco convenzionale. L’azione si svolge principalmente in una piccola caserma dei carabinieri, in una cittadina dell’entroterra. Un’isola silenziosa, dura, che a Bellodi sembra incomprensibile, a tratti ostile. Salvatore Colasberna, unico impresario onesto della provincia, viene minacciato, ricattato ed infine ucciso, perché non ha voluto piegarsi ai voleri della mafia, perché s’è rifiutato d’uniformarsi ai comportamenti dei suoi rivali. Chi comanda non può permettere che non si rispettino le regole, anche se queste nascono dal sopruso e dall’ingiustizia.
Superfluo precisare che Bellodi, alla fine, perderà la sua battaglia. Dopo essere arrivato ad arrestare tutti i veri colpevoli, su, fino al vertice della piramide mafiosa, fino a don Mariano, anello di congiunzione con il principale partito di governo, il capitano sarà premiato con una licenza ed una promozione, e trasferito; e così anche il maresciallo, d’origine siciliana, che lo aveva coraggiosamente seguito nell’inchiesta; mentre i mafiosi verranno scagionati dalla testimonianza di persone insospettabili, mentre la responsabilità morale del delitto cadrà su Rosa, moglie dell’uomo che aveva riconosciuto l’assassino e poi misteriosamente scomparso, colpevole soltanto d’essere bella, ma ingiustamente accusata d’avere una relazione con Colasberna. Anche Rosa andrà via, come Bellodi, come il maresciallo. Chi sta dalla parte della giustizia, deve ritirarsi. Ancora una volta. Ma non sarà sempre così”. (Fabrizio Catalano)
Sono passati tutti da lì. CI hanno vissuto a lungo, come fosse un rifugio e non solo un hotel sulla 23esima strada, a New York. E poi hanno ricordato il loro passaggio in mille libri, film e canzoni.
Al Chelsea Hotel Bob Dylan ha scritto “Sad Eyed Ladyo f the Lowlands” e “Sara”, Léonard Cohen e Janis Joplin hanno consumato una breve storia di sesso e amore poi raccontata in “Chelsea Hotel #2”. Nico ne ha cantato l’epopea in “Chelsea Girl”, Jon Bon Jovi le solitudini in “Midnight In Chelsea”, i Jefferson Airplane le settimane in “Third Week In The Chelsea.”
Al Chelsea Arthur Clark ha scritto “2001: Odissea nello spazio,” Ginsberg e Corso hanno dato fuoco alle polveri beat.
Nella stanza numero 100 Sid Vicious ha accoltellato Nancy Spungen, nella 205 è collassato Dylan Thomas pochi giorni prima di morire, nella 822 Madonna ha scattato le fotografie del libro “Sex”. Qui Jack Kerouac ha scritto in tre soli giorni, imbottito di Dexedrina, su rotoli di carta igienica, la prima stesura di “Sulla strada”.
Al Chelsea hanno vissuto Patti Smith, Mapplethorpe, Iggy Pop, Bukowski, Burroughs, Arthur Miller, Tennessee Williams, Kubrick, Jane Fonda, Dennis Hopper, Hendrix, i Grateful Dead, Edith Piaf, Dee Dee Ramones.
La lista non finisce qui, ma qui inizia un’idea: raccontare le molte storie che si sono consumate all’interno del Chelsea Hotel per ricreare il grande affresco. Uno spettacolo che è narrazione e canto, affabulazione e commozione. Un uomo che racconta e un artista che canta. Le parole della narrazione evocano un quadro, la musica e la voce ne garantiscono la cornice. A metà tra reading e concerto: un viaggio per ricordare quello che abbiamo e quello che abbiamo perduto.
Esplorazione dell’essere umano, strati che la società ha costruito su di noi vengono descialbati lasciando solo gli istinti basilari: Cibarsi, Territorio, Procreazione, Sopravvivenza

< Vai al programma di Febbraio 2012
Vai al programma di Aprile 2012 >

Per informazioni:
Biglietteria Teatro Alfieri di Asti tel 0141.399057

